MALEDETTI TRIKNUT

“Triknut, triknut, maledetti triknut”.

Tutta la dignità del suo popolo fiero, ardito e combattivo se ne andava alla malora nel momento in cui le conquiste più importanti, che avrebbero garantito per mesi la sopravvivenza all'intero clan, palesavano la vergognosa superiorità della massa rispetto alla capacità umana, il limite ridicolo a cui tutti i popoli della terra erano sottoposti soggiacendo alla gravità terrestre, eternamente schiavi del peso.

Questi carichi, destinati a divenire derrate alimentari e utilizzati in modi pressocché infiniti, erano impossibili da trasferire senza l’intervento di un numero sensazionale di giovani guerrieri, peraltro ben difficili da mettere d'accordo.

Per questo avevano preso piede i dannatissimi triknut, di cui se non altro l'ambiente era stracolmo. Ma quale fatica comportava servirsene, quali macchinose lavorazioni per mondarli di ogni asimmetria adeguando alle proprie esigenze quell’espediente da donnicciole con il quale si era costretti, ormai da generazioni, a chinarsi di fronte alla spietatezza delle forze di natura.

I triknut andavano sistematicamente scardinati dai propri alvei naturali – destinandoli così a una lentissima dissoluzione –, trascinati in maniera estenuante fino al punto in cui il si trovava il kres (o qualsivoglia altro oggetto apparentemnete inamovibile) e, se i triknut erano un numero sufficiente e venivano disposti sufficientemente vicini, si poteva tentare di innestarvi il Kres in modo da renderlo, seppur con infinita fatica, permeabile al movimento.

Ma il miracolo non sarebbe durato che pochi decimetri, fino a che altri o i medesimi triknut non fossero stati disposti nell'identica sequenza da impavidi guerrieri ormai ridotti al lavoro di servi.

Jeva assisteva a quello spettacolo da tutta la vita, e non aveva mai potuto abituarvisi. Era il più forte nella predazione e nel combattimento, e quella manifestazione di palese inferiorità gli appariva come la peggiore delle umiliazioni. Ispido e nudo, con la sola eccezione delle armi luccicanti ancorate lungo i fianchi e dietro la schiena, volgeva ostinatamente le spalle a quel grottesco teatro, fissando la selva giovane e ostentando una dignità che era forse l’ultimo del suo popolo a possedere.

Il suo sguardo si fermò su un fungo alto, estremamente regolare, il cui esile stelo sorreggeva con impareggiabile orgoglio un cappello ocra lussureggiante. Il disco presentava sfumature concentriche che, allargandosi con eleganza, davano una vaga sensazione di movimento. L’impatto era piacevole, ma dietro di esso affiorava un ricordo vago di forme già viste, note eppure estranee, in un contesto in qualche misura dissonante… i triknut! Dannazione! Era impossibile toglierseli dalla testa!

 Adagiato nella sua decorosa alcova, occhi chiusi senza sonno, rivide a lungo suo malgrado l’immagine naturale di quella perfezione, quell’impressione di circolarità adagiata sul perno di uno stelo così regolare, fisso, impeccabile.

La notte fu invaso dagli incubi. Triknut di ogni forma e colore si animavano improvvisamente e lo inseguivano, lo sfidavano e, agitandosi nell'aria, lo scaraventavano a terra. Alleati con gli eleganti funghi dell’entroterra, iniziavano a muoversi in una danza infernale, in cui piccoli triknut disposti a stelo trafiggevano il cuore di altri triknut, che iniziavano a girare convulsamente, divenivano armi e lo colpivano alla testa.

Jeva si alzò sudato. Uscito dalla propria dimora in stato febbrile, inciampò nella sezione di un piccolo triknut, probabilmente scartata dai suoi compagni per via delle dimensioni. E prima di aver processato qualsiasi pensiero la centrò alla massima potenza con la punta dell’arma più affilata, trapassandolo in tutto il suo spessore.

Al massimo dell’insofferenza, iniziò a girare su se per liberare la propria arma attraverso la forza centrifuga ma il triknut, troppo pesante per sollevarsi, iniziò a ruotare sull’asse della lancia.

Jeva rimase immobile. Ripeté il movimento. Rimase immobile. Lo ripeté ancora.  

Non pareva lui quando si presentò dai compagni a chiedere strumenti da lavoro anziché da guerra.

Lavorò un giorno intero e – ironia vuole, partendo proprio dai triknut – realizzò l’oggetto che vinse la prima spietata battaglia contro la forza di gravità ed il peso, rivoluzionò i trasporti su grande scala rendendoli un’arte e non più una schiavitù, restituì al popolo l’antica dignità: noto con molti nomi in molte civiltà nei millenni a venire, il “Miracolo di Jeva”, il “Sole terrestre” o la “ruota”, cambiò il destino di ogni razza.

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